A2A: la palla al balzo


Scritto da admin | martedì, 7 ottobre, 2014


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(7 ottobre 2014) All'orizzonte la fusione tra Iren (Torino) e A2A (Brescia-Milano). Avanti con la fusione o buona occasione per uscire dal risiko delle mega multitility?

Qualche settimana fa Pisapia e Fassino hanno mandato in tipografia le partecipazioni del matrimonio tra IREN e A2A, le due grandi multiutility del nord.
Il Biscione, padre (padrone?) milanese della sposa lombarda, ha dichiarato ai giornali insieme al padre dello sposo torinese che è ora di convolare a nozze. Ma la madre della sposa, la Leonessa, ha subito replicato per bocca del sindaco Del Bono che lui la figliola all’altare non ce la vuol portare. “L’operazione non è all’ordine del giorno. Abbiamo la Lombardia a cui guardare in termini di collaborazione. Poi il cammino si vedrà, ma gradualmente”. Insomma “Questo matrimonio non s’ha da fare”.
Bravo Sindaco.
Ma potremmo anche fare un passo avanti e approfittare di questa infatuazione tra Milano e Torino (che vuol dire anche Genova, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, gli altri soci pubblici di Iren). Un’infatuazione molto, ma molto interessata e con qualche bugia dalle gambe corte. Come ha ricordato Carlo Scarpa (Giornale di Brescia del 16 settembre) le fusioni consentono di rimescolare le carte e nascondere i debiti grazie a complesse architetture contabili. E Torino è indebitata fino al collo.
Anche il Sole 24 ore il 14 settembre ha dato conto delle spinte nuziali in corso, titolando “A2A-Iren, pronte le linee-guida per la fusione”, linee che prevedebbero la discesa di tutti i soci pubblici (i Comuni) alla soglia del 40%, la ricapitalizzazione della società per un miliardo di euro grazie al mercato (nuovi soci privati), per ricondurre il rapporto “debito/margine lordo” - oggi ancora molto negativo e ai tempi di ASM invece virtuosissimo - entro limiti più accettabili, necessari poter ripartire. Sì, ma per dove?
La manovra a tenaglia dei sensali delle nozze si completa con il possibile prossimo intervento del governo Renzi, ottimo amico di Fassino, che dovrebbe favorire simili aggregazioni, ad esempio con l’allungamento delle concessioni.
Morale, i nodi vengono un’altra volta al pettine: vocazione industriale/territoriale (bresciana) e vocazione finanziaria (milanese) hanno da sempre diviso le due città. E a questo bivio cruciale, riecco le nostre differenze identitarie che ci tirano da parti opposte.
I processi di aggregazione allontanano le ex municipalizzate dalle necessità di cittadini e territori, ma piacciono molto ai mercati finanziari. Noi crediamo invece che sia necessario riavvicinarci al territorio, e risollevare l’orgoglio vincente che c'era in Asm.
Il “diritto di veto” statutario sta nella norma sulle maggioranze di voto del nuovo CdA: se i quattro amministratori di nomina bresciana diranno di no alla fusione, non se ne farà niente, perché servono nove voti su dodici.
Ma forse, allora, questa è una ghiotta occasione per cogliere la palla al balzo, per saltare su treno che forse non ripassa più e da prendere al volo.
Vogliono andarsene? Prego. Si prendano la loro parte di eredità e vadano a fare i figliuoli prodighi, annacquando gli altrui debiti e spegnendo anche l’ultimo lumicino civico delle vecchie municipalizzate. Ma senza di noi. E ci lascino quello che ci spetta e desideriamo: un gruppo di società per i servizi locali, per l’ambiente, per una raccolta responsabile dei rifiuti, per la produzione sostenibile di energia e strettamente collegata a quei servizi. In una scala dimensionale necessariamente vicina, che vuol dire attenta.
Questo è il nostro patrimonio. Non lo vogliamo dilapidare ma consolidare.
Non è amore stupido per un brescianità generica, ma attenzione ai talenti, alle vocazioni, ai legami. Costruire relazioni buone che abbiano un senso politico: questa la mission del socio pubblico, fintanto che lo è. Se poi dovremo cedere quote, per necessità di bilancio o per legge, lo faremo in casa, stando attenti a preservare questi nostri valori.
Se serve facciamoci un referendum, come diceva qualche anno fa Claudio Bragaglio.
Il punto è anche vedere come Emilio Del Bono gestirà il suo “conflitto di lealtà”: più sindaco di Brescia, o più esponente del Pd, partito di Fassino e del comune amico Renzi?
La partita non è per niente facile. Sindaco Del Bono, giocala bene. La città ti guarda.


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